
Una guerra dei dazi tra Unione europea e Stati Uniti, scatenata dalla disputa sulla Groenlandia, potrebbe tradursi in un impatto concreto e non trascurabile per l’export italiano verso il mercato americano, con una contrazione stimata tra il 3% e l’8% nel 2026 in caso di ritorsioni tariffarie incrociate.
È un dato che pesa soprattutto perché gli Stati Uniti rappresentano circa il 10% delle esportazioni italiane, per un valore che nel 2024 si è attestato tra i 65 e i 70 miliardi di dollari: basta anche una riduzione “limitata” per far sentire effetti su fatturato, produzione e occupazione, in particolare nei settori più vocati all’export.
A fotografare questi scenari è il Centro studi di Unimpresa, che ha analizzato le conseguenze economiche delle possibili contromisure europee ai dazi annunciati da Washington. Nel dettaglio, lo scenario “soft”, con un contro-dazio medio intorno al 10% su un paniere di importazioni Usa, avrebbe un impatto diretto contenuto sull’export italiano, più legato ai costi di approvvigionamento e all’incertezza nelle filiere. Ma se si passa allo scenario “hard”, con dazi medi al 25% e una probabile risposta americana mirata ai beni europei, l’effetto potrebbe colpire in modo selettivo comparti simbolo del made in Italy, come meccanica strumentale, agroalimentare, moda e beni di consumo di fascia medio-alta.
In questo contesto, il vicepresidente di Unimpresa, Giuseppe Spadafora, mette in guardia sul fatto che “il rischio principale non è solo l’effetto immediato dei dazi, ma la durata dell’incertezza: una tensione prolungata potrebbe spingere le imprese statunitensi a riorganizzare le catene di fornitura e le aziende italiane a rivedere strategie commerciali e investimenti, con il pericolo di una perdita strutturale di quote di mercato”. Secondo Spadafora, “per un Paese esportatore come l’Italia, una guerra commerciale anche parziale tra Ue e Usa avrebbe costi economici superiori ai benefici di breve periodo” e per questo occorre una risposta europea che mantenga fermezza politica, ma lavori anche a una de-escalation negoziata, perché “in assenza di un accordo, l’effetto complessivo sul biennio 2026–2027 potrebbe tradursi in un freno alla crescita dell’industria orientata all’export”, mentre “una soluzione diplomatica consentirebbe un recupero dei flussi già dal 2027”.
Il report stima che un pacchetto di contromisure Ue su circa 93 miliardi di euro di import Usa genererebbe effetti economici molto diversi a seconda dell’aliquota applicata e della reazione americana. Con un dazio medio del 10%, il gettito doganale Ue potrebbe aggirarsi intorno a 8–9 miliardi l’anno e i volumi importati potrebbero ridursi del 10% nel 2026, con impatti visibili sui settori più integrati come aerospazio, auto, chimica e macchinari. Con un dazio medio del 25%, il gettito salirebbe a 17–18 miliardi l’anno, ma la contrazione dei volumi potrebbe arrivare al 25–30%, con rischi di colli di bottiglia e costi di sostituzione. E soprattutto, crescerebbe la probabilità di una ritorsione americana sui beni europei, con effetti potenzialmente più pesanti perché l’Ue esporta verso gli Usa oltre 530 miliardi di euro di beni. In questo scenario, l’Italia potrebbe registrare una riduzione dell’export verso gli Stati Uniti tra il 3% e l’8% nel 2026, con un recupero nel 2027 solo in caso di de-escalation negoziata, mentre altrimenti il rischio è un nuovo equilibrio su volumi inferiori.
La disputa va oltre i dazi e assume una dimensione geopolitica: Bruxelles valuta anche strumenti di deterrenza come l’Anti-Coercion Instrument, che amplia le opzioni di risposta oltre le tariffe. Il rischio non è solo l’aumento dei costi su singoli prodotti, ma il passaggio da un commercio transatlantico prevedibile a uno soggetto a shock politici, con volatilità normativa e possibili rinegoziazioni contrattuali. In questo scenario, la durata dell’incertezza è la variabile chiave: pochi giorni di tensione si reggono, ma mesi di scontro possono pesare su investimenti, supply chain e prezzi. Sul piano dei flussi, l’Ue ha un surplus sui beni, mentre registra un deficit nei servizi, il che rende una ritorsione americana sui beni politicamente sensibile ma lascia anche all’Europa una leva nei servizi. Per l’Italia, la vera posta in gioco è il rischio di riorganizzazione delle filiere e perdita di quote di mercato, con effetti duraturi se l’incertezza diventa strutturale. Per le Pmi, la priorità è evitare che la contesa commerciale si trasformi in un fattore di instabilità: serve una risposta europea credibile, ma anche una de-escalation rapida, perché il costo dell’incertezza cresce più di quello dei dazi.