
L’Italia si muove in uno scenario inflattivo apparentemente più favorevole rispetto alla media europea, ma il dato complessivo non restituisce un reale alleggerimento del costo della vita per le famiglie. È quanto emerge da una ricerca della FABI, che mette in evidenza un divario sempre più marcato tra indicatori macroeconomici e percezione quotidiana della spesa, soprattutto sui beni essenziali.
Nel primo trimestre del 2026 l’inflazione italiana si attesta all’1,6%, contro il 2,6% dell’Unione europea. Tuttavia, a pesare maggiormente sui bilanci familiari è la dinamica dei prezzi del cosiddetto “carrello della spesa”, dove gli alimentari continuano a crescere più della media UE: +2,8% in Italia contro +2,2% europeo. Una differenza che, nel tempo, si traduce in un effetto cumulativo difficile da assorbire per i redditi medio-bassi.
Secondo l’analisi, la tenuta dell’indice generale è sostenuta soprattutto dal calo dei prezzi energetici, una variabile tutt’altro che stabile e fortemente esposta alle tensioni internazionali. Proprio su questo fronte si concentra una delle principali incognite dei prossimi mesi, con il rischio che eventuali rialzi si trasferiscano rapidamente sulle bollette, riaccendendo le pressioni inflazionistiche in una fase già segnata da consumi deboli.
Lando Maria Sileoni, segretario generale della FABI, richiama la necessità di leggere i dati oltre la superficie statistica. “I numeri vanno letti fino in fondo, perché il rischio è raccontare una realtà che non esiste. L’inflazione in Italia è più bassa della media europea, ma per le famiglie il costo della vita non diminuisce. Proprio nelle spese essenziali, a partire dagli alimentari, i prezzi restano più alti e soprattutto continuano a crescere più a lungo rispetto agli altri Paesi. Il problema non è solo quanto aumentano i prezzi, ma per quanto tempo restano elevati. In Italia l’inflazione è meno intensa all’inizio, ma più persistente nel tempo. Ed è questa persistenza che continua a erodere il potere d’acquisto. A questo si aggiunge un rischio concreto: il nuovo aumento dei costi energetici legato alle tensioni internazionali non si è ancora trasferito nelle bollette. Quando accadrà, potrebbe riaccendere l’inflazione proprio mentre i consumi sono già sotto pressione”.
Il quadro delineato dalla FABI evidenzia anche un’altra criticità: la crescita, sopra la media, dei prezzi nei servizi legati alla vita quotidiana, come ristorazione e strutture ricettive, che contribuiscono a mantenere elevato il livello percepito dei costi. Al contrario, le flessioni registrate in altri comparti risultano poco incisive sulla spesa reale delle famiglie, che continua a concentrarsi sui beni primari.
In questo contesto, il tema del potere d’acquisto torna al centro del dibattito economico. Sileoni sottolinea la necessità di un intervento articolato su più livelli, dalla crescita dei redditi alla riduzione del carico fiscale sui beni essenziali, fino al rafforzamento dei meccanismi di tutela sui prezzi energetici. Un insieme di misure che, secondo la FABI, diventa cruciale per evitare che la disinflazione statistica si traduca in un semplice dato tecnico, senza riflessi concreti sulla vita delle famiglie.