
La scarsità d’acqua sta ridefinendo in profondità il profilo di rischio dei settori energetico e tecnologico, imponendo a operatori e assicuratori una revisione delle strategie industriali e dei modelli di underwriting, mentre l’espansione dell’intelligenza artificiale accelera dinamiche già in atto e ne amplifica la portata sistemica.
Secondo un’analisi di Wood Mackenzie - società globale di ricerca e consulenza specializzata nel settore energia - entro il 2050 il 31% del PIL globale potrebbe essere esposto a condizioni di elevato stress idrico, in crescita rispetto al 24% registrato nel 2010, un dato che segnala un cambiamento strutturale destinato a riflettersi su valutazioni del rischio, premi e capacità assicurativa.
Il nodo è operativo prima ancora che ambientale: nel 2025 circa l’80% dell’elettricità mondiale è stata prodotta da impianti termici, nucleari e idroelettrici, infrastrutture che dipendono in modo critico dall’acqua per il raffreddamento, e non è un caso che in Europa le recenti ondate di calore, unite alla riduzione dei flussi fluviali, abbiano già costretto a limitazioni temporanee della produzione nucleare, rendendo evidente una vulnerabilità che fino a pochi anni fa restava marginale nei modelli previsionali.
In questo contesto si inserisce la crescita esponenziale dei carichi computazionali legati all’AI, che sta trasformando anche l’architettura dei data center e, di riflesso, il loro fabbisogno idrico, poiché le densità di potenza dei cluster più avanzati superano ormai i limiti del raffreddamento ad aria e spingono verso soluzioni liquide molto più esigenti in termini di risorse. “I cluster di intelligenza artificiale generano carichi termici che l’aria non è in grado di gestire su larga scala”, osserva Jom Madan, principal analyst di Wood Mackenzie, aggiungendo che “il raffreddamento a liquido non è più opzionale, è la base della nuova generazione di calcolo, e la questione dell’acqua non è scomparsa, si è semplicemente spostata dalla sala dati alla centrale elettrica”.
Le tecnologie di raffreddamento dei data center comportano compromessi: le torri tradizionali riducono i prelievi ma aumentano i consumi per evaporazione, mentre il raffreddamento a secco elimina l’uso di acqua a costo di efficienza e maggiori investimenti, fattori che incidono sui bilanci e sul rischio assicurativo, soprattutto in Paesi ad alto stress idrico come India, Messico, Egitto e Turchia. I sistemi hyperscale, capaci di gestire fino a 250 kilowatt per rack, aumentano l’efficienza energetica ma anche il consumo idrico, già oggi confrontabile con quello urbano, mentre i costi energetici e i limiti delle reti impattano sugli investimenti globali stimati in 635 miliardi di dollari. Le rinnovabili attenuano ma non eliminano la dipendenza dall’acqua, rendendo necessario un quadro normativo per accelerare l’adozione di soluzioni ibride e a secco, in un settore che progetta 250 GW di nuovi data center e punta a un power usage effectiveness di 1,2 entro il 2028, confermando l’acqua come variabile centrale del rischio.