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Materie prime sotto shock: il conflitto in Medio Oriente riaccende la volatilità globale

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Lunedì, 30 Marzo, 2026 - 11:17
Autore: Gillespie

L’escalation militare in Medio Oriente sta producendo effetti immediati e profondi sui mercati delle materie prime, riaprendo uno scenario di forte instabilità lungo le principali catene di approvvigionamento globali. 

A quasi un mese dall’avvio dell’offensiva israelo-americana contro l’Iran, il nodo strategico resta lo Stretto di Hormuz, crocevia energetico mondiale, la cui operatività compromessa continua a riflettersi sui prezzi di energia e commodity industriali.

L’impatto è già evidente. Petrolio e gas guidano i rialzi, ma la pressione si estende rapidamente anche a fertilizzanti, petrolchimici e metalli. Simon Lacoume, economista settoriale di Coface, sintetizza il quadro: “L'attuale escalation in Medio Oriente sta colpendo duramente i mercati delle materie prime. La portata dello shock attuale sulle fasi a valle della catena del valore dipenderà dall'eventuale stallo del conflitto”.

Il mercato petrolifero è il primo a reagire. Il Brent ha toccato i 119 dollari al barile, segnando un aumento del 50% in un solo mese, mentre il greggio Oman DME ha superato i 160 dollari, evidenziando una tensione ancora più accentuata nei flussi legati al Golfo. Più contenuta, ma comunque significativa, la dinamica del WTI statunitense, intorno ai 100 dollari. Una divergenza che riflette la diversa esposizione geografica alle tensioni.

Gli effetti si propagano rapidamente ai prezzi al consumo. Negli Stati Uniti la benzina ha raggiunto un massimo storico di 3,96 dollari al gallone, mentre in Asia il diesel ha quasi triplicato il proprio valore dall’inizio del conflitto. Anche il carburante per l’aviazione ha registrato un raddoppio dei prezzi, segnalando un impatto diretto su trasporti e logistica globale.

Parallelamente, il gas naturale si conferma uno dei principali canali di trasmissione della crisi. In Europa, il riferimento TTF olandese è salito dell’85% in un mese, raggiungendo i 55 euro per megawattora, mentre in Asia il benchmark LNG Japan/Korea Marker ha raddoppiato il proprio valore. Anche il mercato statunitense, pur meno esposto sul lato dell’offerta, registra tensioni significative, con l’Henry Hub in aumento del 36%.

La pressione sui prezzi energetici si trasferisce inevitabilmente lungo le filiere industriali. I prodotti petrolchimici, fondamentali per l’industria delle plastiche, registrano aumenti marcati: la nafta ha superato i 1.000 dollari a tonnellata a Singapore, con una crescita superiore al 60%. Le scorte asiatiche ridotte e le difficoltà logistiche stanno alimentando rincari diffusi su polimeri come polietilene, polipropilene e PVC, con il rischio di un effetto domino su numerosi comparti manifatturieri.

Non meno rilevante il caso dei fertilizzanti, dove il legame con il gas naturale amplifica l’impatto della crisi. Il prezzo dell’urea granulare è salito del 37% dall’inizio del conflitto, raggiungendo i 665 dollari a tonnellata. Per ora, l’effetto sui mercati agricoli è contenuto grazie a un calendario favorevole, ma un eventuale protrarsi delle tensioni potrebbe coinvolgere in modo più diretto grandi economie agricole come Brasile, India ed Europa.

Anche il comparto minerario risente delle dinamiche in atto. L’aumento del prezzo dello zolfo, utilizzato nei processi estrattivi di rame e nichel, mette sotto pressione paesi fortemente dipendenti come Cile, Repubblica Democratica del Congo e Indonesia, segnalando un’estensione del rischio ben oltre i confini energetici.

Tra i metalli, l’alluminio emerge come uno dei più vulnerabili. Il blocco dello Stretto di Hormuz sta infatti impedendo ai produttori del Golfo, responsabili dell’8% della produzione mondiale, sia di esportare il metallo sia di importare materie prime essenziali come bauxite e allumina. La conseguenza è una contrazione dell’offerta: Aluminum Bahrain ha già annunciato la riduzione del 19% della propria produzione. In parallelo, fermate produttive legate ai costi energetici, come quella registrata in Mozambico, contribuiscono a sostenere ulteriormente i prezzi, che hanno raggiunto i 3.500 dollari per tonnellata.

Ernesto De Martinis, CEO Regione Mediterraneo & Africa di Coface, evidenzia la portata sistemica della crisi: “Quando lo Stretto di Hormuz si blocca, il problema non riguarda solo il prezzo del barile: riguarda la tenuta di filiere produttive che su quei flussi hanno costruito la propria operatività». E aggiunge: «In un contesto simile, la capacità di valutare rapidamente l'esposizione delle proprie controparti commerciali diventa un elemento decisivo”.

Il quadro che emerge è quello di uno shock che non si limita ai mercati energetici, ma si trasmette rapidamente all’intera economia reale, mettendo sotto pressione costi, margini e catene di approvvigionamento. Molto dipenderà dalla durata del conflitto: più a lungo persisteranno le tensioni nello Stretto di Hormuz, più elevato sarà il rischio che la volatilità si trasformi in una nuova normalità per i mercati globali.

Tag: 
Coface
Medio Oriente
Guerra
Iran

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