
C’è un dato che fa riflettere più di tutti gli altri: il 14% degli italiani ha modificato o addirittura interrotto una terapia medica basandosi su quello che ha letto online, senza dire nulla al proprio dottore.
Sono quelli che Antonio Preiti, economista dell’Università di Firenze e autore della ricerca “Salute Artificiale”, chiama i “ribelli silenziosi” della sanità contemporanea. Non fanno scenate, non contestano apertamente. Semplicemente, tornano a casa dalla visita, aprono il computer o lo smartphone, e decidono di fare di testa loro.
La ricerca presentata da Fondazione Italia in Salute e Fondazione Pensiero Solido, realizzata dagli istituti Sociometrica e FieldCare, è la prima in Italia a misurare scientificamente come l’intelligenza artificiale stia trasformando il rapporto che abbiamo con la salute e con chi dovrebbe curarcela.
I numeri indicano che il 94% degli italiani cerca informazioni mediche su internet, ma la vera novità è che il 43% usa già strumenti come ChatGPT, Gemini o Claude per farsi un’idea sui propri sintomi, sulle diagnosi ricevute, sulle terapie prescritte. Siamo secondi solo a Google, con il 73% di utilizzo, e considerando che ChatGPT è stato lanciato appena nel novembre 2022, la velocità di questa adozione è impressionante.
Ma il problema vero non è tanto cercare informazioni. Il problema è cosa ne facciamo dopo.
L’86% degli italiani consulta internet o l’intelligenza artificiale prima o dopo essere andato dal medico. Il 64% usa quello che trova online per verificare se il dottore ha ragione, e di questi, il 63% ammette candidamente di aver messo in dubbio almeno una volta le raccomandazioni ricevute. La visita medica non è più un momento isolato, protetto, in cui ci si affida completamente a un professionista. È diventata uno degli elementi di un processo più lungo, dove il digitale precede, segue, accompagna e a volte contraddice quello che il camice bianco ci ha detto.
Claudio Bassoli, Presidente del Gruppo Innovation Services di Assolombarda che ha ospitato la presentazione della ricerca, lo dice senza giri di parole: “L’AI è una grande opportunità, ma va governata: abbiamo a disposizione una quantità di dati senza precedenti che può migliorare servizi, processi e anche il rapporto tra medico e paziente”. Il punto è proprio questo: governarla. Perché la rivoluzione è già in atto, silenziosa ma profonda, e il suo esito finale non è ancora scritto.
I giovani tra i 18 e i 34 anni hanno ormai superato la soglia: il 73% preferisce l’intelligenza artificiale a Google quando cerca informazioni sulla salute. Non è solo una questione di velocità o comodità. È qualcosa di più sottile e, per certi versi, inquietante. Come spiega Antonio Preiti, “i modelli linguistici sono stati addestrati su miliardi di conversazioni umane. Sa come rassicurare. Sa come spiegare. Sa quando usare un tono caldo e quando essere più tecnica. Sa quali parole funzionano e quali no. Ha studiato tutta la comunicazione umana mai scritta. E quando risponde alle tre di notte su quel foruncolo strano, non sta dando una diagnosi: sta dando esattamente le parole che volevate sentire, nel tono che vi fa stare meglio. Questo è il suo vero potere. E il suo vero pericolo”.
Federico Gelli, Presidente di Fondazione Italia in Salute, sottolinea che questo è “un fenomeno che il sistema sanitario non può più ignorare”. Perché non si tratta solo di persone che si informano di più, magari anche in modo compulsivo. Si tratta di persone che stanno riscrivendo da sole le regole del rapporto con la medicina, senza che nessuno glielo abbia chiesto e senza che il sistema sia pronto a gestire questa trasformazione.
La ricerca parla di un passaggio da un modello duale a uno triangolare: non più solo medico e paziente, ma medico, paziente e digitale. L’algoritmo è diventato il terzo attore della relazione sanitaria, quello che ascolta sempre, che non ha fretta, che non ti fa sentire stupido se fai la stessa domanda tre volte. Antonio Palmieri, presidente di Fondazione Pensiero Solido, mette il dito sulla piaga: “L’Intelligenza Artificiale generativa obbliga i medici a ridefinire la relazione con i pazienti. La capacità relazionale dell’IA generativa produce rischia di essere più forte e seducente di quella umana. L’algoritmo ascolta, risponde con pazienza e tratta con gentilezza, quindi acquista autorevolezza. Sta a noi umani non essere superati dall’empatia artificiale nel rapporto tra medico e paziente”.
La ricerca ha coinvolto 993 cittadini italiani rappresentativi della popolazione nazionale, e quello che emerge è uno scenario che nessuno aveva previsto con questa chiarezza. Siamo di fronte a una rivoluzione comportamentale che sta avvenendo nelle case, di notte, davanti a uno schermo, lontano dagli ospedali e dagli studi medici. Una rivoluzione silenziosa, appunto, fatta di dubbi non espressi e decisioni prese in solitudine.