
La tregua tra Stati Uniti e Iran non è sufficiente a riportare l'economia mondiale su un percorso di normalità. Secondo Coface, gli effetti del conflitto in Medio Oriente continuano a pesare sulle catene di approvvigionamento, sull'inflazione e sulla crescita globale, spingendo il gruppo a rivedere al ribasso la valutazione di otto Paesi e a modificare 45 valutazioni settoriali, di cui 41 in peggioramento e solo quattro in miglioramento.
Nell'aggiornamento dedicato ai rischi Paese e settoriali, Coface stima una crescita economica globale del 2,3% nel 2026 e del 2,5% nel 2027, con una revisione cumulata al ribasso di 0,6 punti percentuali rispetto alle precedenti previsioni. Il prezzo medio del Brent è atteso a 85 dollari al barile nel corso dell'anno.
Secondo il gruppo, la durata e l'intensità del conflitto hanno avuto conseguenze significative su un'area strategica per il commercio mondiale. La forte riduzione del traffico nello Stretto di Hormuz ha riportato sotto pressione le catene di approvvigionamento, con tempi di consegna più lunghi, costi in aumento e crescenti esigenze di accumulo delle scorte da parte delle imprese, a discapito di liquidità e marginalità.
Lo scenario dovrebbe riflettersi anche sull'andamento delle insolvenze aziendali, previste in crescita del 6% a livello globale nel 2026, con incrementi più marcati negli Stati Uniti, in Francia e in Giappone.
Gli impatti risultano differenziati tra le diverse aree geografiche. I Paesi del Golfo restano i più esposti per la dipendenza dallo Stretto di Hormuz, mentre nell'area euro la crescita dovrebbe fermarsi allo 0,7%, frenata dall'aumento dei prezzi dell'energia e dal clima di incertezza. Negli Stati Uniti la ripresa dell'inflazione pesa sul potere d'acquisto, mentre in Asia la situazione resta eterogenea, con il comparto dei semiconduttori che continua a mostrare una buona dinamica. Nelle economie emergenti, e in particolare in America Latina, il ritorno delle pressioni inflazionistiche ha favorito politiche monetarie più restrittive.
“La tregua è un segnale positivo, ma le interruzioni delle catene di approvvigionamento continueranno a incidere sull'attività economica”, osserva Jean-Christophe Caffet, Chief Economist di Coface, sottolineando come i 41 downgrade settoriali registrati in 19 Paesi riflettano la portata globale delle conseguenze del conflitto.
Per Ernesto De Martinis, CEO Mediterranean & Africa Region e Board Member di Coface, “il rallentamento della crescita e il ritorno delle pressioni inflazionistiche confermano l'importanza di monitorare con attenzione l'affidabilità dei partner commerciali, l'evoluzione dei costi e la resilienza della domanda”, in un contesto che continua a mettere sotto pressione le imprese.