
Un italiano su dieci ha già sperimentato strumenti di intelligenza artificiale per affrontare stress, ansia o difficoltà emotive. È quanto emerge dall’ultima indagine dell’Osservatorio Sanità di UniSalute, realizzata insieme a Nomisma, che fotografa un rapporto in evoluzione tra AI e benessere mentale.
Secondo lo studio, il 10% degli italiani ha utilizzato chatbot e strumenti basati sull’intelligenza artificiale come supporto nei momenti di fragilità psicologica. Tra coloro che hanno già provato queste soluzioni prevalgono giudizi favorevoli, con circa due utenti su tre che dichiarano di averne tratto beneficio.
Nonostante questa apertura, la maggioranza degli intervistati ritiene che l’AI non possa sostituire uno psicologo. Il 44% esprime infatti un giudizio negativo, considerandola uno strumento rischioso o inadatto ad affrontare temi particolarmente delicati. Per il 35% può rappresentare un supporto complementare, mentre soltanto il 16% considera elevata la probabilità che nei prossimi dieci anni possa prendere il posto di un professionista.
Le principali preoccupazioni riguardano la qualità delle risposte fornite dai sistemi di intelligenza artificiale. Il 43% teme infatti risposte eccessivamente compiacenti o poco critiche, mentre il 42% segnala il rischio di ricevere consigli inappropriati. Seguono la mancanza di empatia, indicata dal 40% degli intervistati, la possibilità di aumentare la dipendenza dagli strumenti digitali (26%) e i timori legati alla privacy dei dati personali (23%).
L’AI viene comunque considerata utile per alcune attività specifiche. Il 33% degli italiani sarebbe disposto a utilizzarla per la gestione dello stress quotidiano, il 29% come supporto nella ricerca di professionisti e servizi psicologici e una quota analoga per esercizi guidati di mindfulness e rilassamento. Il 26% la vede invece come un possibile interlocutore con cui confrontarsi su questioni personali senza coinvolgere persone conosciute.
Resta significativa la componente più scettica: il 31% dichiara che non utilizzerebbe mai l’intelligenza artificiale per finalità legate al benessere mentale. Un atteggiamento che si inserisce in un più ampio dibattito sul rapporto con la tecnologia. Il 64% degli intervistati si definisce infatti connesso o iperconnesso, mentre il 56% afferma di voler sviluppare nei prossimi dodici mesi un utilizzo più consapevole degli strumenti digitali. Tra gli under 35, uno su quattro indica come obiettivo una riduzione concreta del tempo trascorso online.